L’allevamento Bettinardi rinchiude due specie animali: cavie e conigli.
Due specie purtroppo largamente utilizzate dall’industria della vivisezione, si tratta di animali docili e facili da manipolare, sono inoltre prolifici anche in condizioni di cattività e quindi in grado di essere allevati rapidamente e facilmente in spazi ristretti.
Come per ogni specie gli ambienti di allevamento sono quanto di più lontano si possa immaginare rispetto alla vita di questi animali in libertà. Ogni necessità viene negata, ogni bisogno surrogato da un sostituto in grado di mantenere il corpo in vita -ma in un costante stato di stress e sofferenza.
Un primo aspetto che evidenzia quanto la realtà dell’allevamento, di qualsiasi tipo, sia agli antipodi di quello che l’animale vivrebbe se libero è rappresentato dalla totale assenza per gli animali rinchiusi di tane, casette o ripari. Si tratta di specie ‘preda’, che hanno quindi costante bisogno di potersi nascondere e soddisfare quell’istinto naturale che nell’ambiente permette loro di fuggire ai predatori. Vivere per una cavia o un coniglio in un luogo privo di rifugio è una causa di stress enorme, gli angoli delle gabbie o dei cassoni divengono l’unico spazio in cui tentare di fuggire, i corpi terrorizzati dei propri compagni e compagne divengono barriere dove nascondere il muso.

Le dinamiche sociali di queste specie, entrambe fortemente gerarchiche e regolate sulla base di scontri anche aspri soprattutto tra maschi vengono stravolte. Come in ogni allevamento le femmine che non vengono vendute ai laboratori divengono fattrici, costrette ad accoppiamenti e conseguenti parti con cadenze regolari. Lo stress dovuto alle condizioni di reclusione generano alta mortalità tra i cuccioli, che vengono abitualmente lasciati agonizzare nelle gabbie in quanto non sarebbe profittevole curarli o sopprimerli. I maschi di cavia, per evitare le lotte, sono spesso costretti all’isolamento in gabbie più piccole rispetto ai gruppi di femmine recluse in cassoni di legno più larghi. Per i conigli l’isolamento è la norma: gli individui sono stretti in gabbie dove non sono in grado di ergersi sulle due zampe o saltare. Le femmine,che in natura sarebbero portate a costruire una tana per prepararsi al parto e dove proteggere i cuccioli, sono rinchiuse in gabbie una manciata di centimetri più larghe che dovranno condividere con le loro nidiate. Per fornire ai piccoli un nido in assenza di altro materiale tendono a spellarsi. Le gabbie hanno il fondo in rete metallica, che ferisce le zampe provocando lesioni permanenti e dolorose, le maglie della reti sono larghe abbastanza da consentire che i cuccioli cadano sotto le file, separandoli dal gruppo e costringendoli alla morte tra le deiezioni dei propri simili.
Conigli e cavie tendono istintivamente a non esprimere la loro sofferenza
in modo palese, mostrarsi deboli rischia di divenire un invito per i predatori o una ragione di esclusione nel gruppo sociale di appartenenza. Non è quindi semplice per chi non sente particolare empatia verso gli animali comprendere l’intensità della loro agonia, rinchiusi in ambienti dove viene loro negato anche il più basilare dei loro bisogni.
Occorre quindi fare uno sforzo: pensarsi per un attimo costretti in posizione supina con lamiera sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste, circondati da nostri simili nelle medesime condizioni. Con il corpo dilaniato dalle ferite e dalle piaghe, i muscoli doloranti dall’assenza di movimento, il naso irritato dall’odore di urina e feci fino quasi a soffocare. Gli occhi accecati dal buio perenne e dalle luci artificiali dei capannoni. In una infinita attesa scandita solo dai giri dell’allevatore che distribuisce cibo insapore e rimuove i cadaveri di chi, esausto, ha ceduto. Occorre, con razionale consapevolezza e genuina propensione emotiva, immedesimarsi e chiedersi: cosa vorremmo che altri /e facessero per aiutarci, se questa fosse la nostra vita?